Visualizzazione post con etichetta Racconti Gialli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti Gialli. Mostra tutti i post

sabato 16 settembre 2017

LA TELA DEL RAGNO di Graziella Dimilito 17 settembre 2017



LA TELA DEL RAGNO di Graziella Dimilito
Queste sono le notti ideali per agire - pensa Tom, detto <Il Ragno> per quella sua abitudine di vestire sempre di nero,
l'estate così torrida mi ha tenuto fermo per troppo tempo, non ne posso più.
Cammina senza far rumore, rasentando i muri, in attesa di individuare l"elemento" giusto per il suo passatempo preferito... uccidere!
Da un locale notturno escono due uomini barcollanti, ubriachi fradici. Sghignazzando raggiungono l'angolo della via e si separano. Tom ne segue uno a caso.
- Bastardi, pieni di soldi e senza dignità, vi eliminerò uno per uno. Si avvicina con passo felpato pronto ad assalirlo alle spalle, non si accorge che un uomo, favorito dal buio, lo ha seguito fin da quando è uscito di casa. Un braccio lo afferra per il collo, solo il tempo di vedere lo scintillio di una lama nel buio, che gli trapassa il petto, una, due, dieci volte!
L'uomo guarda il corpo esanime di Tom con soddisfazione.
"Per mio figlio, giustizia è fatta! - esclama piano - Il Ragno è caduto nella sua stessa rete."
L'ubriaco è già lontano, non sa quanto è stato fortunato.

sabato 9 settembre 2017

LA FARFALLA di Teresa Ghigo 10 settembre 2017

Farfalla arcobaleno si innalzò lieve nel suo volo di ali multicolori rilasciando nell’aria eletrizzata piccole particelle di essenza profumata.
Nessuna altra farfalla era come lei , rivestita di quell’abito mirabile ed incantevole; un dono dal cielo in un giorno estivo durante un temporale improvviso; accadde che placata la furia della tempesta, una solitaria goccia trafitta da un raggio di sole scivolò sino dentro il bozzolo dal quale lei attendeva di divenire farfalla, fu quella piccola goccia di pioggia illuminata dal sole che le regalò ali arcobaleno.
Ali così belle portate con elegante grazia non passarono inosservate, il vecchio calabrone che gironzolava nei paraggi ne fu subito attratto, i colori ed il profumo che si sprigionava quando si alzava in volo fluttuando armoniasa nell’aria parevano attrarlo in un sogno d’estasi invitante.
La ammirava e segretamente l’amava, per lui rappresentava la perfezione, la dannazione eterna dell’anima, la rincorreva come si rincorre una chimera, un sogno perfetto, irraggiungibile. Farfalla arcobaleno pareva sempre sfuggirgli anche quando i suoi occhi si posavano in quelli di lei, scuri, profondi e misteriosi.
Non si faceva illusioni il vecchio calabrone, si accontentava di sapere che lei esisteva, che era parte del suo stesso universo, viveva nella sua ombra, nel suo fascinoso incanto; di quella sua bellezza così effimera, festosa e surreale.
Fu grande la delusione quando nella distrazione di un attimo volgendo lo sguardo non la vide più, la cercò ovunque inutilmente e provò un dolore straziante una sensazione di ineffabile tristezza, un moto d’incanto spezzato che non riusciva a cancellare dall’anima.
Così, l’attendeva ogni giorno nella vaga speranza di vederla tornare in quel luogo pregno della sua magia, dove lei era sbocciata dinanzi ai suoi occhi schiudendo le piccole ali come fossero petali di un fiore.
Forse farfalla arcobaleno un giorno inaspettatamente sarebbe riapparsa e finalmente il vecchio calabrone avrebbe potuto osare sfiorarle con leggerezza le fragili ali, avrebbe inalato il suo profumo, inebriarsi della sua delicata fragranza rimanendo per sempre sospeso in quell’arcano incanto confessandole il suo eterno amore.
Teresa Ghigo

sabato 2 settembre 2017

ANGELO FABBRI - LA FALENA DEL DESTINO 3 settembre 2017




LA FALENA DEL DESTINO   di Angelo Fabbri

Aprii la porta e feci un passo nella stanza.
«Ma Chris, che cazzo…!»
Il ragazzo mi guardò smarrito, inginocchiato a fianco del cadavere, le mani lorde di sangue. Un lungo palo di legno spuntava dalla cassa toracica sfondata del morto, come l'asta di una bandiera.
«Cosa è successo? Chi è questa persona?»
Chris ritrovò un minimo di lucidità. Si guardò le mani, poi alzò gli occhi verso di me. Due profonde occhiaie eano stampate sul suo viso, in una maschera grottesca
«È una storia lunga , Jade. Se te la raccontassi non mi crederesti mai.»
Guardai il morto, supino sul pavimento. Indossava un completo grigio di buona fattura, solo un po' antiquato. Il sangue non fuoriusciva più dalla ferita, ma era ancora fresco e non aveva imbevuto i vestiti, segno che tutto era successo da poco, ma dal pallore del volto sembrava che la vita l'avesse abbandonato da giorni. Da secoli, mi venne in mente. Rabbrividii, e non perché avessi visto pochi cadaveri.
«Tu prova a raccontare, ma prima leviamoci di qui. Ti ha visto qualcuno?»
Il ragazzo scosse la testa.
«No, non credo, ma è tutto inutile...»
«Come sarebbe a dire?»
Chris non rispose. Si guardo ancora le mani e un lungo tremito scosse il suo corpo.
«È cominciato tutto con l'Acherontia Atropos...»
«Acherontia cosa?»
«La falena testa di morto.»
«Ah, sì! E cosa c'entra una farfalla con questo poveretto?»
«Lasciami parlare!» mi interruppe lui, con uno scatto. Adesso Chris sembrava aver ripreso vita, i suoi occhi brillavano di una luce febbrile.
«Tu sai che io ho sempre studiato il mondo dell’occulto, tutto quello che esiste dietro la cortina della realtà…»
«Sì,» mi lasciai sfuggire, «ricordo i libri che tuo padre ti aveva sequestrato perché ci passavi le notti invece di studiare. Il Necronomicon, il Picatrix, il De occulta philosophia…»
Non aveva aggiunto ‘quel bastardo’ ma era come se la frase fosse uscita lo stesso dalle sue labbra.
«Era solo preoccupato per te, ti sentiva dire che volevi diventare un investigatore e intanto crescevi a panini e Dylan Dog mentre il mondo di fuori correva veloce.»
«Studiavo. Facevo il mio dovere come tutti. Perché doveva starmi sempre con il fiato sul collo?»
«Cosa mi dici di questo?» lo interruppi indicando il cadavere.
«Già, lui! Te lo stavo spiegando. Avevo appena iniziato a consultare un libro antico che avevo trovato nella biblioteca del college...»
«Quale libro? Quello?» chiesi, indicando un volume rovesciato per terra con il dorso in alto, aperto a metà.
Chris ebbe un altro brivido.
«Sì, proprio quello. È un testo storico che parla dei fatti di Salem... L'avevo appena aperto cercando dei collegamenti con delle storie che avevo sentito da qualche parte, quando ho visto che tra le prime pagine era imprigionata quella farfalla...»
«L'Acherontia?»
«Sì, ma capisci, è una grossa falena non può venire schiacciata come una normale farfalla tra due pagine!»
Non commentai, e il ragazzo riprese.
«È stata questione di attimi: ho sfiorato con un dito le sue ali e le ho sentite fresche, setose.. . Ho pensato... Non lo so, forse non ho pensato niente: un istante dopo la farfalla ha preso vita, ha frullato le ali e si è sollevata nell'aria. Un bello scherzo... Sotto di lei il libro presentava come una cavità. Superato lo sgomento ho pensato che forse era stata creata apposta per consentire di alloggiare la falena senza schiacciarne il corpo anche se neppure questo avrebbe spiegato come... Comunque il buco sembrava profondo come se dovesse attraversare l'intero libro. Allora l'ho sollevato e ho guardato attraverso.»
Presi in mano il volume, lo rigirai e feci scorrere le pagine
«A me sembra un libro normalissimo.» dissi.
«’Quando la porta è attraversata, si chiude per sempre’.» citò il ragazzo.
«Attraversata da chi?»
«Da lui!» rispose, indicando il morto.
«Vuoi dire quell'uomo? Scherzi?»
«No, no! Ti giuro! Non è uscito così nella sua forma umana, era l'Acherontia, era l’anima dei morti!»
«Quando ha cominciato a volare è sparita nella semioscurità della stanza... E poi ho visto quest’uomo seduto vicino a me.»
«Sarà entrato senza che te ne accorgessi», azzardai.
«No, le porte erano chiuse. Non hai dovuto usare la chiave?» Era vero.
«Quell'uomo sorrideva», riprese, «ma aveva sul volto una espressione strana. Aveva profonde occhiaie che disegnavano sul suo viso il macabro simbolo della morte, del teschio, le unghie lunghe, curate come quelle di una donna.»
«E tu l'hai ucciso per questo?»
«Era lo spirito del male! Non potevo lasciarlo libero per il mondo, ed ero stato io a risvegliarlo! Così quando mi si è avvicinato io ho fatto un balzo indietro, rovesciando la seggiola. Nella caduta si deve essere rotta una gamba, l'ho afferrata e gliel'ho piantata nel petto, proprio quando si stava chinando su di me con i con i suoi orrendi denti...»
«Un vampiro, addirittura?» dissi senza riuscire a trattenere l'ironia.
«Non so cosa fosse, ma ho spinto il paletto dentro di lui più che potevo e così...»
Ero rimasto esterrefatto, forse ancora più per l’assurdità della storia che per quanto avevo visto. Che possibilità avevo di salvare quel ragazzo?
«E adesso?» chiesi «Cosa vuoi fare? Dobbiamo portare via il cadavere, farlo sparire. Se nessuno l'avesse visto entrare...»
«No è inutile», disse Chris, «c'è solo una cosa da fare, ancora.»
Si alzò, si pose a cavalcioni del morto e afferrato il paletto con entrambe le mani tirò con forza per estrarlo. Dopo alcuni tentativi, il palo di frassino scivolò fuori dalla ferita con un sinistro rumore di risucchio. Subito il corpo cominciò a trasformarsi: l'uomo divenne grigio, si rimpicciolì sempre di più fino a raggiungere le dimensioni della falena.
Guardai Chris prenderla delicatamente per un'ala e riporla nel libro. Come la pose su una pagina, sembrò sprofondargli dentro, come se avesse ritrovato la sua antica posizione. Il ragazzo rinchiuse l'antico le volume e la posò sul tavolo, fermandosi a contemplarlo. Avevo osservato l'intera scena senza riuscire ad emettere una sola parola.
«E ora?» chiesi, «cosa farai? Riporterai il libro in biblioteca?»
Chris sorrise, prese il libro e lo mise nel camino. Si recò al mobile bar, scelse una bottiglia di whisky e lo innaffiò per bene, poi accese un fiammifero.
«Credo proprio che prenderò una multa per la mancata restituzione,» disse, «per una volta è andata bene, ma è meglio che le creature dell'inferno restino a casa loro.»
Guardai quel ragazzo che credevo di conoscere al riflesso delle fiamme che danzavano nella semioscurità. Il suo profilo sottile, di adolescente che doveva ancora raggiungere la sua forma adulta, si stagliava contro il camino come un’ombra scura. Colpito da un’improvvisa illuminazione guardai ai suoi piedi, e mi resi conto che il suo corpo non proiettava alcuna ombra. Atterrito feci alcuni passi indietro, ma inciampai nel tappeto. A quel rumore Chris si voltò e vide dove era diretto il mio sguardo.
Fece un cenno d’intesa, scosse la testa e mi si fece più vicino. Fu allora che notai alla luce riflessa che le sue occhiaie si erano fatte ancora più profonde, e che le ombre sembravano disegnare sul suo volto una sorta di maschera, come un...

sabato 26 agosto 2017

FABIO MANELLI CONCRETAMENTE 27 agosto 2017



CONCRETAMENTE di Fabio Manelli

il-giallo-della-domenica
CONCRETAMENTE   di Fabio Manelli
-Per chi mi ha preso? Sono giovane, non stupida! È la terza volta in una settimana che mi tocca fare tardi qua per colpa sua.
“Tesoro, mi sono dimenticato il registro della giornata nel mio ufficio. È sulla scrivania, potresti andare tu? Di te mi fido, lo riporterai domattina. E ricordati di attivare l’impianto antifurto, prima di uscire. Ti spiace?”
-Tesoro? MI ha chiamata Tesoro! Di nuovo! Inaudito! Oltre il danno la beffa! Vecchio porco che non è altro. Non sono disposta a sopportare ancora a lungo questo atteggiamento, per un stipendio così misero, poi! –
Martha camminava spedita in uno dei corridoi, indossando ancora la riproduzione di vestito medievale cucita su misura. Sicuramente era in tessuto sintetico da due soldi; sentiva prudere tutta la schiena. Dopo tutta una giornata in piedi, a sorridere a bambini svogliati e ad indicare ogni angolo del castello blaterando di questa o di quella leggenda, camminare ancora era proprio l’ultima cosa di cui aveva bisogno.
-Thomas J. Fennyswhort, domattina mi sentirai. Voglio un amento. Sì, un cospicuo aumento. O una promozione. O così o mene vado. E se io me ne vado puoi scordarti di fare cadere di nuovo il tuo viscido sguardo nella mia scollatura. Chissà se la Signora Fennysworth sarebbe d’accordo al tuo viscido comportamento. È lei quella coi soldi, no? Se lei ti molla tu perdi il castello. Stop, fine dell’attrazione turistica.-
I passi veloci della ragazza risuonavano nel tetro silenzio dell’edificio in rovina. La calda luce delle fiaccole alle pareti aveva da tempo lasciato il posto ai freddi raggi della luna. Senza fermarsi Martha allungò una mano verso la parete di pietra, solo per sentire la superficie fredda e liscia scorrere sotto le dita. I locali erano ormai deserti e tutte le lampadine erano state spente, come anche il riscaldamento.
-Come può farmi questo? Mandarmi a prendere un maledetto quaderno al buio e in un posto come questo? Cosa ci sarà scritto di così prezioso da non poterlo lasciare qui una notte, poi? È solo immondizia, maledetto fissato che non è altro!-
Il vento fischiò attraverso le colonne alla sua destra, emettendo un suono profondo e strisciante. La ragazza cercò di ignorare quel rumore, ma le vennero i brividi. Un pensiero inquietante prese spazio nella mente di Martha: era come l’ultimo respiro di una persona ferita a morte. Accelerò il passo e le sue dita passarono una decina di centimetri sotto ad una targa in ottone, che lei non aveva mai notato, sebbene fosse lì da decenni.
In questo corridoio, quarant’anni fa, morì Martha Newman, di anni 22. Guida turistica del Castello amata da tutti venne colta di sorpresa dopo l’orario di lavoro da una banda di malviventi venuti a rubare le opere d’arte in esposizione. Accoltellata sette volte alla schiena, si dice che il suo spirito vaghi ancora per queste stanze e che, nelle notti di luna piena, si sentano ancora le sue urla di dolore.
Martha arrivò in fondo al corridoio e girò a destra, verso l’ufficio del suo capo. Il vestito, sulla schiena, incrostato di sangue ormai nero.

sabato 19 agosto 2017

ERICA di Ilaria Agostini



ERICA di Ilaria Agostini
Sull’aia liscia e soda come un tavolo di marmo, saliva il fresco della sera.
Sera di lucciole lungo il cortile scuro, risonante come l’eco fragoroso e ridente di una grancassa da fiera di paese.
Ancora una festa in onore di chissà quale santo, mentre la tv a tubo catodico illuminava a intermittenza nel buio il volto allegro dei nonni con la solita tiritera di frivoli programmi estivi. Il volume esagerato ricopriva a tratti la voce di uno dei molti cantanti meteora che si esibivano in piazza, noti di solito per un solo unico successo, suonato alla fine della serata dopo un repertorio sconosciuto a tutti, supplizio inevitabile da scontare per ascoltare l’unico pezzo almeno canticchiabile.
Quella sera uscii a prendere il fresco della sera e volsi lo sguardo verso i cipressi che si curvavano appena come ghirigori nel vento sulla luna piena. Sotto di essi avrei potuto tracciare la mappa mentale di centinaina di tombe di probabili avi dai cognomi simili o uguali a quelli di mio padre e di mia madre. Avrei potuto ripercorrerlo a memoria quel cimitero marsicano, lapide per lapide, di cui curiosa censivo i dati in occasione delle visite per cambiare i fiori. Ogni domenica estiva, con un secchiello in metallo pieno di acqua in una mano e qualche fiore nell’altra – almeno a dar credito alle mie prime memorie – ero sempre lì, con mia nonna, alla ricerca di chissà quali coincidenze degli eventi, e con l’occasione lasciavo il segno floreale del mio passaggio.
A circa 15 anni trovai lei. Se ne stava in un angolo un po’ defilato, ma mi stupì lo stesso che mi fosse sfuggita per così tanto tempo. Il 12 ottobre, ottanta anni esatti prima che io venissi al mondo, nasceva una donna che portava il mio stesso nome, abbinato ad uno dei cognomi di famiglia. Erica Serafini. “Moglie e madre devota e amata. La piangono amorevoli il marito Giacomo e la figlia Sara”.
Aveva 30 anni quando divenne ospite di quel luogo di pace.
Nella foto ovale, in bianco e nero e un po’ ingiallita, indossava un abito castigato di buona fattura, capelli raccolti, uno sguardo spaesato e il più triste dei sorrisi forzati.
La osservai a lungo. Non potei fare a meno di notare il taglio delle sopracciglia piene ma sottili, il folto dei capelli scuri, in naso un po’ indiano, le labbra carnali, gli zigomi alti e il collo fino. La genetica non mente…
E così, davanti a quella danza lunare di cipressi, decisi che fosse giunta l’ora di andare a fare due chiacchiere con nonna Tilde, alias Matilde Serafini, la mamma di mio nonno e archivio umano delle vicende di famiglia.
Quella stessa notte sognai l’antica Erica danzare nel vento insieme ai cipressi. Sorrideva… ma poi ad un tratto portava le mani sul viso in un grido di disperazione. Mi risvegliai sudata, mi alzai a bere un bicchiere d’acqua, e nello specchio in bagno mi parve di vedere lei.
L’indomani alla buon’ora mi vestii col mio abito migliore, che nonna Tilde aveva delle idee ben chiare su come ci si debba presentare, e a passo svelto mi inerpicai fino alla casa più bella del paese vecchio. Un palazzetto d’epoca con la vista su tutto il mondo concepito in quel delimitato perimentro di conoscenze intricate.
Era mattino presto, ma sapevo che l’avrei trovata già agghindata in uno dei suoi abiti da nobildonna di altri tempi, e profumata di lavanda.
Il solito chignon di capelli bianchi e quegli occhi intensi che hanno adornato di smeraldo sparute generazioni di miei consaguinei. Non me, purtroppo.
Quasi centenaria, nonna Tilde si muoveva agile attraverso quella casa immensa, rifiutando l’aiuto di una governante fissa.
Mi accolse con la solita aria che diceva “… ti conosco bambina, sei qui per una ragione precisa…” e invece mi chiese se avessi fatto colazione.
Nell’enorme cucina in muratura allestì per me, sua unica ospite, un sontuoso banchetto odoroso di uova, miele, pane caldo e frutta fresca, con tanto di posate in argento e un buffet di materie prime di qualità sopraffina. Poi, come al solito, mi lasció fare, mentre mi guardava con l’espressione nostalgica di chi ha perso da sessant’anni la giovinezza e cerca di riafferrarne qualche sensazione sommersa da troppa vita. Mi osservava mangiare, si perdeva nei miei gesti e mi scostava le ciocche impertinenti per evitare che i capelli mi si sporcassero con marmellata, latte o qualche altra sostanza appiccicosa.
Tilde aveva un debole per me. Ero la prediletta tra tutti i miei zii e i miei cugini.
Fino a quel periodo avevo creduto che questo fosse dovuto alla nostra affinitá elettiva. La passione che entrambe ponevamo nel rivangare vecchie storie di famiglia, il tempo che questa attività ci portava a condividere. Ma, come presto scoprii, c’era dell’altro.
Tante volte chiesi a nonna Tilde perchè non si fosse mai risposata. Era rimasta vedova davvero giovane, molto ricca e di gran lungo la donna più bella che si fosse mai vista in quel noto perimetro, che dalla finestra della grande sala al primo piano catturavamo con un solo giro di occhi. Ricevetti sempre risposte vaghe a quella domanda, e alla fine mi convinsi, ma non troppo, che fosse dovuto alla ferma volontà di onorare quel bisogno innato di gestire in autonomia il tempo, il rifiuto netto, anche della sola ipotesi, di una nuova unione.
Di solito conducevamo le nostre ricerche nel tempo nella grande biblioteca, dove Tilde conservava anche tutti gli album di famiglia e il suo ultimo violino. Quello che ammaliava mio padre e i suoi fratelli nelle sere di festa, quando la famiglia si ritrovava tutta, per ragioni di spazio, proprio in quella casa, e lei sempre affascinante, con il suo archetto accompagnava insieme i piccoli verso sogni sereni e profondi.
“Avanti, dimmi, cosa è quell’espressione inquisitoria?”
“Nonna, cosa sai dirmi di Erica… Erica Serafini? Ne hai sentito parlare?”
Si alzó in piedi, abbandonó incerta la poltrona e volse uno sguardo indecifrabile oltre la finestra, verso il cimitero… le sue mani tremavano un po’ più del solito.
“Nonna, ti senti bene?”
“… io, io… non molto… sì, sto bene, ma sono già ore che sono in piedi, e inizio a stancarmi…”
“Posso tornare più tardi se vuoi, o domani?…”
“… sì, sì amore mio, è meglio”.
Lasciai la casa titubante. Sapevo in cuor mio quanto lei mi amasse, ma chiamarmi “amore mio” proprio non era il suo modo di dimostrarlo… Per la prima volta nonna Tilde mostrava una fragilità. Ma dovuta a cosa? La domanda su Erica, mi fu subito chiaro, ne era stata in qualche modo la causa.
Non potevo aspettare… ma non sapevo davvero dove avrei potuto cercare visto che al momento mi era stata preclusa la possibilitá di accedere agli unici archivi storici e fotografici di cui conoscessi esistenza, quelli di Tilde, appunto.
Nel pomeriggio presi mio nonno a braccetto e lo accompagnai con passo lento a governare i suoi pochi animali. Ormai diventati tutti di compagnia, anche se non lo avrebbe mai ammesso, per dare un tono meno frivolo a quel vezzo quotidiano di spendere un paio d’ore ad intrattenersi in chiacchiere con loro, in genere fino all’ora del tramonto.
Mentre attraversavamo l’orto odoroso di pomodori e basilico gli chiesi di Erica.
“Bambina, lascia stare, non è una storia che vorresti ascoltare”.
Lo conoscevo abbastanza bene da sapere che, dopo una sentenza così lapidaria, non avrebbe parlato neanche sotto tortura.
Gli baciai la fronte e dissimulai l’impazienza preparando una torta di mele… Ovviamente destinata a nonna Tilde.
Quella notte di nuovo nei sogni Erica ballava. Ma i cipressi di fumo si trasformarono pian piano in un uomo. Ballavano insieme un walzer stonato in abiti neri, come prigionieri di un antico maleficio al cospetto di una luna tagliata da nubi affilate.
Poi Erica restava da sola a piangere lacrime scure e lui guardava verso di me e mi veniva incontro con uno scatto.
Mi svegliai con un urlo.
Di lì a poco accorse mia nonna con un bicchiere di latte caldo. Per qualche strana ragione mi tornó in mente l’unica persona citata sulla lapide che non avevo sognato… la figlia Sara.
“Nonna, perchè zia Sara se ne è andata e non ti ha più richiamata? E non ha mai più voluto sentire nonna Tilde, sua madre… ”
“Nelle famiglie succedono cose strane piccola mia”.
“Ma cosa potrebbe mai spingere ad abbandonare per sempre la propria madre, colei che ti ha messo al mondo”…
“… Piccola mia, molte più ragioni di quante riusciamo ad immaginare”.
Ero davvero stufa di non risposte.
La mattina seguente, decisa, impacchettai la torta e mi diressi di nuovo verso Casa Serafini.
Nonna Tilde mi aprì, e mi fece accomodare direttamente in biblioteca, dove inizió il suo racconto, non senza prima avermi offerto una porzione della torta che aveva un sapore insolitamente aspro.
“Io la mangeró più tardi… ” aprì un cassetto dell’antica scrivania in noce e ne tiró fuori una sigaretta.
“Chissà se sarà ancora buona, dopo tutti questi anni…” la accese con un accendisigari in argento e volse il suo sguardo nuvoloso, di nuovo, verso il cimitero.
“È da quando sei venuta al mondo che ho saputo che questo momento sarebbe arrivato.
Avevo cinque anni quando nacque mia sorella Erica, la amai dal primo istante, mi autoinvestii subito del compito di madre putativa, e in quanto tale la osservai ciglio per ciglio, dito per dito, respiro dopo respiro, a partire dal suo primo soffio di vita. E tu ne eri, ne sei, la copia esatta.
In questo vidi un segno di possibile redenzione.
Dovetti insistere con i tuoi genitori, perchè anche tu ti chiamassi Erica… con quel nome temevano di riportare alla luce quell’antica vicenda insabbiata insieme alla mia vergogna sotto strati di vita in apparenza serena.
Io la vedevo diversamente. Per me era ancora un modo per chiedere il suo perdono.
Io ed Erica crescemmo insieme ed io la amavo… ci adoravamo.
Poi mi toccó in sorte quel matrimonio di convenienza. Dovevo portare avanti il buon nome e la ricchezza dei Serafini, in quanto primogenita.
Abbandonai questa casa… e Dio solo sa quanto mi mancasse la presenza costante di Erica.
Marco, mio marito, era un uomo distratto, in apparenza intellettuale e in definitiva poco adatto a corrispondere la mia vena passionaria.
Non seppe farmi innamorare ed io non ero davvero il tipo da concedersi facilmente, solo per conformitá a quanto imposto sotto la orribile dicitura “dovere coniugale”. Scusami la volgarità bambina mia, ma per quel che mi riguardava, potevano anche andare a farsi benedire loro, e i loro dogmi insensati. A tutto c’è un limite.
C’è da dire che non insistette poi tanto.
Poi mio padre organizzó quel ballo… e per la prima volta vidi Giacomo, mentre teneva le mani di Erica perdendosi nei suoi occhi scuri e ridenti.
Avrei fatto di tutto per scacciare via il verme della gelosia. Ma mi perdevo affranta in quell’attrazione sincera, che me ne convinsi, io mai avrei potuto assaporare.
… Se li avessi visti gli occhi innamorati di mia sorella… decisi di tenerli a distanza. Ero in parte contenta per lei, ma mi addolorava troppo il pensiero che non avrei mai potuto indossare quella espressione incantevole. No, non sono mai stata una santa.
Mi finsi ammalata persino il giorno del loro matrimonio pur di non testimoniare a quell’idillio, troppo scomodo per la mia anima, e quando seppi che Erica aspettava un bambino piansi. Una intera notte. Meschina. Stupida, e meschina.
Ma poi nacque Sara e non potetti resistere a tenerla in braccio, a perdermi in quel rinvigorente odore di neonato, ad amarla come se fosse mia. E lei ricambiava il mio affetto in modo così incondizionato e commovente da riempire ogni vuoto.
Trovavo spesso Giacomo intento ad osservarci mentre mi prendevo cura della piccola.
Inizialmente lo imputai ad amore paterno.
Erica invece, dopo la gravidanza era un po’ ingrassata, tendeva a trascurarsi troppo, sembrava… anzi era depressa, rendendo almeno in apparenza giustificata la mia invadenza, sempre più costante, nel riquadro della loro intimità famigliare: dovevo aiutarli, che lei da sola non ce l’avrebbe fatta.
Una notte, dopo che avevo messo Sara a letto, Giacomo si offrì di riaccompagnarmi a casa. Non era lontana, ma lui mi fece credere di sentirsi più tranquillo così.
Era davvero bello, Giacomo. Aveva quel volto d’angelo, i capelli da artista ribelle e gli occhi scuri pieni di enigmi da svelare. I tuoi stessi occhi enigmatici…
Quando mi bació non fui in grado di opporre resistenza alcuna, e in breve diventammo amanti.
Poi Marco, mio marito, morì di infarto e il campo fu completamente libero.
Ero innamorata. Il senso di colpa mi divorava di giorno, ma la passione lo assopiva di notte.
… Erica non era una stupida, aveva capito ogni cosa. Ma era malata… e troppo triste per combattere. Ci avrebbe lasciati stare.
Ma Giacomo, faccia d’angelo, aveva architettato ogni cosa. Il mio patrimonio era stato da sempre il suo vero, unico interesse. Ora che Marco non c’era più, avrebbe potuto sposarmi, se solo non ci fosse stata Erica.
Simuló così il suo suicidio. La avvelenó e poi riempì con le impronte della sua povera vittima – sua moglie, mia sorella… – la boccetta di barbiturici che dispose sul comodino in bella vista. Sì, deve essere andata proprio così.
Ma io quella notte, non vedendolo arrivare come al solito, ero come esasperata, anzi, ero letteralmente terrorizzata dall’ipotesi del suo abbandono, e decisi di irrompere in casa loro.
Avevo la chiave, entrai e lo vidi mentre la trascinava esamine verso la stanza da letto.
Scioccata soffocai un urlo.
Me ne andai di corsa, piangendo lacrime silenziose, scongiurando di non subire di lì a breve la sua stessa sorte.
Avevo perso mia sorella, il mio amor proprio, la gioia di coppia, i sogni, la fiducia nel prossimo… tutto in una sola volta.
Una notte bastó per trasformare quelle perdite in un nuovo sentimento, che presto, ai barlumi di una nuova alba, riconobbi chiaramente come sete di vendetta.
Ma ora sono esausta, torna domani”.
Me ne andai con le lacrime che sgorgavano copiose. Mi sentivo ammalata, piena di brividi. Come agghiacciata dalle parole di quella donna, che faticavo ormai a chiamare nonna. Quanti miei famigliari erano stati al corrente di questa storia? Quantomeno per questioni anagrafiche, lo avrei giurato, davvero molti.
La notte sognai Giacomo, faccia d’angelo. Prima mi sorrideva suadente, poi mi metteva le mani intorno al collo, costringendomi ad un risveglio amaro e affannato, ma almeno silenzioso. Che non avevo nessuna voglia di parlare con i miei.
L’indomani mi recai davanti alla tomba di Erica.
“Quando ti è stata scattata questa foto triste?
Già sapevi, vero? Tradita due volte. Dalla ‘mammina putativa’, e dall’uomo che amavi. Ma quale rendezione e rendezione. Non basterà quel secolo di vita sofferta a ripagarti, vero cara zia Erica?”
La mia intera stirpe mi aveva taciuto quella storia fino ad allora… e per la prima volta avrei forse davvero preferito restare all’oscuro.
Decisi poi di chiamare zia Sara, in Inghilterra. Fu molto felice di riascoltare la mia voce, non ci sentivamo da tanto tempo… in fondo, ora lo sapevo, ero così simile alla sua vera madre, quella tradita, e poi scomparsa: il mio nome, il mio aspetto…
“So tutto” dissi.
“Io credo di no” rispose.
Passarono alcuni giorni prima che mi convinsi a ritornare in Casa Serafini, per sentire il resto del terribile racconto. In fondo lo sapevo che non avrei resistito, avevo sempre avuto un debole per le storie di famiglia e quella era di gran lunga stata la più dolorosa, ma anche la più degna di un ascolto interessato.
Trovai Tilde con gli occhi gonfi di pianto, che d’improvviso mostrava tutti i suoi cento anni. Più magra, sfatta dal dolore.
Non ce la feci a non provare pietà. La raccolsi come fosse un uccellino dall’ala spezzata e la feci accomodare in sala, sulla sua poltrona preferita. Le preparai un bicchiere di latte tiepido con un po’ di miele e mi sedetti vicino a lei a guardare il sole che andava a dormire e inondava di luce rossa i marmi fini e i quadri appesi che raffiguravano alcuni miei avi, quelli di cui non si era scelto di celare il percorso in terra.
Si ricompose. Continuó il suo racconto.
“Giacomo me l’aveva proprio fatta. Durante la notte versai tutte le lacrime di cui ero capace. E mi convinsi disperata che Giacomo, l’unico uomo che avessi mai amato, dovesse morire…
Non fu difficile come avrei creduto assoldare qualcuno che simulasse una rapina finita in tragedia. Quello che non fa la gente per i soldi… Ad una decina di chilometri da casa trovai un vecchio che mi organizzó un lavoro pulito pur di assegnare una dote a sua figlia e organizzarle un degno matrimonio riparatore.
Non ci crederai, ma ebbi il suo nome dal suo parroco. Gli chiesi nomi e indirizzi dei parrocchiani più bisognosi della zona, facendogli intendere che avrei fatto quel che potevo per aiutare qualcuno di loro…
Dopo poco tempo dai due recenti funerali, una nuova motivazione mi riportó in vita: nacque tuo nonno, che tutti crederono figlio di Marco. Nel tuo sangue scorre il sangue ammaliatore e truffaldino di Giacomo. Tienilo a bada.”
– Ma non assassino – pensai.
“Ero conosciuta, rispettata… ero.
Guarda oggi cosa rimane di Tilde Serafini, la splendida vedova d’oro, dal volto di sfinge, dal piglio fiero.
Perdonami tu Erica… te ne prego.
In nome di mia sorella, in nome di Sara, che ho amato come e più di come avrei potuto amare una figlia vera…”
Piangeva, piangeva a dirotto. Stavo per dire “in nome di Giacomo”, ma ebbi pietà.
La coprii con una coperta e appena fuori da quella casa rilessi la lettera che ero venuta a consegnarle.
Me l’aveva mandata zia Sara, che l’aveva trovata nascosta tra gli oggetti, sempre gelosamente conservati, che erano appartenuti a suo padre.
“Cara Tilde. Carnefice dell’anima mia. Ricordi ero la tua bambina, ricordi… eravamo felici. Una cosa sola, dicevi sempre, un solo cuore e una sola grande anima. Poi, all’improvviso, mi hai negato il tuo amore. E poi, poi mi hai portato via quello di mio marito. Hai trasformato il suo buon odore, e quello di mia figlia. Sanno di te.
Non ho più nulla al mondo. Sto soffocando da anni, proprio non ce la faccio, non più.
Abbi almeno cura di Sara, non ti chiedo altro. Puoi prenderti tutto, tanto già è così da fin troppo tempo. Addio. Erica”.
Giacomo non era stato un assassino, e aveva amato Tilde così tanto da nasconderle la dura verità. Quello che Tilde vide in casa loro fu probabilmente l’ultimo maldestro tentativo dell’uomo di salvare la moglie. Ma questo Tilde non lo seppe mai, perchè io ebbi pietà di lei.

sabato 12 agosto 2017

DIGNITA? di Angelo Fabbri



«L'ultima volta che ho visto la luce del sole è stato quando mi hanno portato su per interrogarmi, ancora. Proveniva da una piccola finestra del corridoio, protetta da una grata, come se qualcuno potesse fuggire da quella apertura da cui non sarebbe passato neanche un gatto. Mi sono fermato un attimo a guardarla, quasi stupito, prima che uno dei poliziotti mi spingesse brutalmente in avanti. La stanza non aveva finestre: come al solito c'era un uomo seduto dall'altra parte del tavolo è un registratore. Questa volta non mi hanno picchiato, forse non era necessario...»
  1. posò la penna e il foglio di carta: che senso aveva scrivere una lettera che nessuno avrebbe mai ricevuto? Si soffermò sulle pareti della cella, grigie, sui suoi compagni silenziosi, ognuno perso nella sua disperazione, nelle riflessioni sul proprio destino.
Da quanto tempo era rinchiuso lì dentro? Non lo sapeva, lì i giorni e le notti non si succedevano, la poca luce era sempre accesa e i prigionieri lentamente precipitavano nell’apatia. O impazzivano. Erano in dieci, stipati in una stanza che probabilmente era fatta per contenerne quattro, sei al massimo, come il numero delle brande addossate ai muri, tre per lato. Gli ultimi arrivati dormivano per terra. Una latrina per tutti, niente finestre, ovviamente. I letti erano di ferro, imbullonati al pavimento e al soffitto, senza materassi né reti, sostituite da tavolacci di legno, eppure anche uno di quei giacigli sembrava una conquista ambita, permetteva di guardare gli altri dall’alto in basso. Il fetore era tremendo: una volta ogni tanto, ad intervalli irregolari, i carcerieri inondavano la stanza con un idrante, e se qualcuno non faceva in tempo a scansarsi e a saltare sui letti più alti veniva infradiciato. Allora l’unica cosa da fare era spogliarsi completamente e aspettare che i vestiti si asciugassero, e in quell’ambiente a volte ci volevano giorni. Allora i prigionieri ritrovavano un minimo di solidarietà e si scambiavano i vestiti, a turno, per riscaldarsi un poco.
Ogni tanto qualcuno di loro non faceva ritorno dagli interrogatori e allora gli altri si dividevano le sue poche cose, i tesori che fino a poco prima aveva conservato gelosamente: un pettine, un blocco di fogli, una vecchia sciarpa di lana. Chissà chi avrebbe avuto i suoi? S. riprese la penna, ci giocherellò un attimo e poi la ripose. Abitudine. Perché era lì? Aveva creduto nella libertà, nei diritti civili, era fuggito di fronte alla pulizia etnica, alla fame, alle epidemie, ai lager, ai gulag, a tutti gli inferni che gli uomini avevano saputo inventare. Era colpevole, lo sapeva, e per questo sarebbe morto lì, come tutti gli altri. Colpevole di essere un uomo, di voler vivere ancora un anno, un giorno, un minuto in più, di voler guardare in faccia un suo simile senza dover abbassare gli occhi.
I catenacci cigolarono, la porta di ferro si aprì ancora una volta, girando sui pesanti cardini. I carcerieri entrarono, guardarono un attimo intorno, poi con le torce elettriche frugarono nella semioscurità fino a trovare quello che cercavano. Sollevarono l'uomo per le braccia con facilità: era magro, tutti lì erano magri, denutriti. Non protestò neanche, era rassegnato, forse come tanti desiderava solo che tutto finisse il più presto possibile, e per questo avrebbe confessato. L'avrebbe fatto non appena avesse capito cosa confessare.
Ma S. no, non era ancora giunto quel punto. In lui una fiammella di vita si agitava ancora: avrebbe combattuto, lo avrebbe fatto con il coraggio che non aveva mai avuto, avrebbe lottato per difendere se stesso e i suoi compagni dalla morte vera, quella della speranza, della dignità che deve avere ogni essere umano. Sì, S. era stato arrestato innocente, come tutti in quel posto, ma sarebbe morto colpevole: di non essersi mai voluto arrendere.

sabato 5 agosto 2017

TRACCIA di Fabio Manelli 6 agosto 2017



TRACCIA  di FABIO MANELLI
Scese dall’auto e inarcò le spalle all’indietro, cercando di alleviare il mal di schiena. Si stropicciò gli occhi carichi di sonno e inspirò l’aria gelida che precedeva l’alba. Infilò a forza una sigaretta tra le labbra raggrinzite. Prima di riuscire a trovare l’accendino tossì così forte che uno degli agenti del cordone si voltò a guardarlo con aria interrogativa. Quando lo riconobbe si girò immediatamente di spalle, fingendosi impegnato. Eugen rimise la sigaretta nel pacchetto stropicciato, che fece scomparire nel giaccone pesante. Un uomo, stempiato e molto più basso di lui, gli corse incontro. Un paio di baffi scuri iniziarono a saltellare.
-Buongiorno Ispettore. Abbiamo una vittima sola. Matei Ionescu, Maschio, 22 anni. Fa la guardia notturna qui, nel castello. Sono venuti a dargli il cambio e l’hanno trovato steso sul pavimento. Mezz’ora fa, più o meno. Non è un bello spettacolo. Ferita da taglio alla gola. Così profonda che quasi lo decapitavano. Uno dei quadri in esposizione è scomparso.-
Eugen tossì nuovamente, passando sotto ad uno dei nastri che delimitavano il perimetro. L’assistente continuò il suo monologo, seguendolo.
-Non ci sono segni di effrazione. Il coroner ha determinato il decesso tra le 23 e mezzanotte. La scientifica deve ancora iniziare i rilievi, come ha richiesto. Abbiamo portato in centrale il ragazzo che ha trovato il corpo, per l’interrogatorio. -
-Potete lasciarlo andare. Non è stato lui.-
-Come dice, Signore?-
-Che non è stato lui. Avrebbe rotto una finestra o simulato uno scassinamento, almeno. Farsi trovare con le mani nel sacco così sarebbe veramente da idioti. E poi manca un quadro, giusto? Lo aveva con sé? Lo ha nascosto qui nel castello? Non credo.-
-Giusto, il quadro. Non ci avevo pensato.-
-Di cosa stiamo parlando? È un’opera di pregio? Il dipinto, intendo.-
-Non lo sappiamo. Stiamo aspettando il curatore. Abita a un’ora di auto da qua, è in viaggio.-
-Dov’è il corpo?-
-Nella stanza a destra subito oltre le scale, Signore. Le faccio strada.-
L’ispettore procedeva a lunghe falcate, osservando tutto l’ambiente circostante. Cercava un dettaglio, un elemento che stridesse con tutto il resto. Ci doveva essere un indizio, da qualche parte. Arrivò davanti alla porta del salone e si fermò sotto una delle fiaccole a muro. Contemplò l’intera stanza. Rimase fermo e in silenzio per una decina di secondi. Forse non respirò nemmeno. Il pavimento di marmo rosato era lucidato a specchio, le pareti erano tappezzate di quadri di ogni forma e dimensione, tranne che in un punto. Al centro della parete di sinistra c’era un vuoto, un alone più chiaro. Sarà stato circa un metro per lato. Il cadavere giaceva supino vicino all’angolo opposto, galleggiando su un’enorme pozza di sangue. La luce delle lampade alogene sui cavalletti illuminava tutto in modo violento, ricacciando ogni ombra nell’inferno da cui era venuta. Visto così sembrava tutto piatto, irreale. Finalmente Eugene trovò ciò che cercava. Tenendo gli occhi fissi sul cadavere fece un paio di passi e sentì il piede slittare in avanti. Rinsaldò la sua posizione e si raggelò. Immobile, incredulo. Com’era potuto accadere? Chinò la testa, per accertarsi dell’errore più grande della sua carriera. Dalla sua scarpa destra, nera e lucidissima, partivano due lunghi segni rosso fuoco. Sangue. Aveva pestato una maledetta chiazza di sangue.
-Cazzo!- Strillò, imbufalito.
Tutti tacquero, molti abbassarono lo sguardo.
-Non rimanga lì impalato, per Dio! Mi dia una busta per le prove!- Gridò all’assistente, che estrasse prontamente un sacchetto trasparente e glielo porse.
Eugen si tolse la lunga scarpa e la infilò nella busta, che la contenne appena. Qualcuno gli passo un calzare sterile, così la calza di filo di scozia scomparve di nuovo. Il pavimento era congelato, ma lui cercò di ignorare quella sensazione. Sentiva gli occhi di tutti addosso. Quanto ci avrebbero messo a sputtanarlo? Dopo 22 anni di onorato servizio la sua carriera sarebbe finita così?
Poco male, dopotutto. In fondo era riuscito nel suo intento. Lasciare quell’orma insanguinata era davvero stata una mossa stupida, dettata dalla fretta o dalla superbia. Per fortuna era stato abbastanza tempestivo ad accorgersene e ad appoggiarci sopra proprio la stessa scarpa che l’aveva lasciata. Prova non ammissibile, Vostro Onore. Nessuno lo avrebbe beccato. Neppure stavolta. Nascose il sorriso dietro al bavero del giaccone, fissando il proprio operato. Uccidere gli era piaciuto.


sabato 29 luglio 2017

IL VEDOVO di Luca Oggero 30 luglio 2017



IL VEDOVO   di Luca Oggero
Nella camera ardente la gente si avvicendava nell’avvicinarsi alla bara aperta e dare l’ultimo saluto alla donna distesa nel cofano di legno. Poi a turno stringevano la mano all’uomo che stava in piedi di fianco alla cassa oppure lo cingevano in un breve abbraccio soffiandogli nell’orecchio le parole “Condoglianze, Guido”, seguite da una varietà a random delle frasi di circostanza tipiche di momenti come quello:
“Guarda come l’hanno composta bene, sembra quasi che sorrida”
“Eeh, prima o poi ci tocca a tutti…”
“Dai, fatti forza, almeno ha smesso di soffrire”
“Era davvero una brava donna, mi spiace tanto per te, Guido. Chissà quanto ti mancherà”.
Quando qualcuno lo apostrofava con quest’ultima frase, Guido si sforzava di tenere il contegno di un neo-vedovo e col volto contrito annuiva in silenzio ma dentro di sé avrebbe voluto rispondere:
“No, ti sbagli. Non era affatto una brava donna e non mi mancherà per niente. Era una vecchia megera logorroica, possessiva e autoritaria che per trent’anni mi ha comandato a bacchetta, mi ha impedito di avere una vita sociale, mi ha controllato in ciò che mangiavo, in come mi vestivo, in ogni cosa facessi svirilizzandomi totalmente e mi ha reso la vita un inferno. Ringrazio il Signore che se la sia portata via e mi spiace soltanto che non se la sia portata via prima”.
La gente venuta per recitare il rosario adesso se ne era andata e Guido, rimasto solo di fianco alla salma di Cinzia, si sentì finalmente sollevato dal dover recitare la parte del marito addolorato per la perdita dell’amata mogliettina e decise di uscire fuori a fumarsi uno dei suoi amati toscanelli.
Guardò in faccia la moglie morta e con un’aria quasi di sfida disse a mezza voce:
“Io esco a fumare”.
Il silenzio che gli rispose gli strappò dal volto un mezzo sorriso.
“Ah, non dici niente ora, eh?”
La sua passione per i toscanelli era stata da sempre uno degli argomenti di maggior attrito tra lui e la moglie. Non solo Cinzia non aveva mai sopportato l’odore dei sigari, costringendolo a uscire sul balcone a fumare anche durante gli inverni più rigidi ma, preoccupata per la salute del marito, ogni volta che questi usciva a fumare un sigaro, gli diceva: “Poi quando ti prendi il cancro non venirti a lamentare con me! Io te l’ho sempre detto che quei cosi ti porteranno presto alla tomba!”
“Chi è, cara, che è finito alla tomba?” pensò Guido sarcastico mentre accendeva il toscano nel cortile della sala mortuaria, riparando con la mano il fiammifero dal tiepido vento di settembre.
Era il primo sigaro che poteva fumare da anni a questa parte senza che nessuno sporcasse il suo piacevole rituale con frasi piene di iattura e lui se lo gustò come mai aveva fatto prima. Ogni boccata sapeva di ritrovata libertà, a ogni tiro era come se un piccolo peso si staccasse dalla sua schiena per renderlo più leggero.
Finito il sigaro rientrò nella camera ardente, prese una sedia e si sistemò accanto alla salma iniziando a parlarle:
“Mamma mia Cinzia, che bontà il toscanello che mi sono appena fumato! Come? Non ti piace l’odore dei toscanelli? E che credi che non lo sappia? Mi hai fatto una testa così per tutta la vita sulla “puzza tremenda di quei cosi”. Beh, amore, sai che ti dico? Da domani quella puzza tremenda sarà l’odore che ci sarà ogni giorno in casa. Sì, nella tua bella casa a cui tenevi così tanto, nella quale non ho mai potuto appendere un quadro che mi piacesse, scegliere un mobile o la tinta da dare, perché tutte le mie idee le hai sempre bocciate. Ovviamente adesso le cose andranno un po’ diversamente… Ti ricordi quella volta che portai a casa quel quadro col mare in tempesta e le due barche che cercano di sfidare la potenza degli elementi? Ti ricordi che mi vietasti in tutti i modi di poterlo appendere in casa perché secondo te era una crosta inguardabile e ti vergognavi che io avessi così poco gusto estetico? Beh, cara, ho una notizia da darti: domani quel quadro io lo appendo. E indovina un po’ dove ho intenzione di piazzarlo? Proprio in camera nostra, sopra il letto, al posto della foto del nostro matrimonio! Non sei contenta? No? E allora perché non me lo dici? Ah, già! Sei morta… E io ora cosa farò senza di te, mia dolce sposa? Dunque, vediamo un po’… Penso che per prima cosa, quando uscirò di qui, andrò a cercare una puttana e mi farò una bella scopata, cosa che tu da almeno dieci anni a questa parte non mi hai più permesso di fare. Quante volte hai respinto il mio braccio che ti cercava, quante volte avevi mal di testa o eri troppo stanca o mi dicevi che puzzavo di sigaro… Ah, sì! Voglio farmi una trombata come Dio comanda alla faccia tua e del mal di testa. Poi, siccome il sesso mette appetito, andrò al ristorante e mi mangerò un bel fritto misto con un litro di vino bianco. Mica la merda di verdure bollite che mi obbligavi a mangiare tu perché secondo te ero troppo grasso… No, no, un bel fritto di pesce bello unto e dopo cena due begli ammazzacaffè. Uno alla mia salute e l’altro alla tua, che mi hai sempre vietato i liquori. E poi per il futuro si vedrà… Due cose soltanto sono certe: la prima è che voglio gettare via tutto ciò che in casa hai deciso tu di mettere, cioè praticamente ogni cosa, e lo sostituirò con cose di mio gusto… Anzi, meglio ancora, con cose che sono certo a te non sarebbero piaciute. Che ne dici?”
Guardò la moglie che, ovviamente, non disse niente.
“Sai che discutere con te da morta non è affatto male? Quindi, ti dicevo, la prima cosa è questa. La seconda, tieniti forte cara, è che appena ti avrò sotterrata chiederò a Nunzia di fidanzarci. Sì, la tua cara amica Nunzia! Perché è vedova come me, è una donna dolcissima che ha sempre capito la vita di merda che mi facevi fare e mi è sempre stata di gran conforto con la sua presenza discreta e le sue parole gentili quando per colpa tua mi sentivo un verme in gabbia”.
Due dipendenti dell’obitorio sostavano sulla porta d’ingresso. Uno si avvicinò a Guido e gli posò una mano sulla spalla.
“Signore, le chiedo scusa ma dobbiamo chiudere la camera. Potrà tornare da sua moglie domattina”.
“Certo, capisco…”.
Guido si alzò dalla sedia e si chinò sulla bara della moglie, appoggiandole un leggero bacio sulla fronte.
“A domani, tesoro mio…”.
Poi, salutando con un cenno del capo i due uomini nella sala, uscì nella notte domandandosi su quale strada cittadina ci fossero le puttane più belle.
“Hai visto come le parlava?” domandò uno dei due uomini all’altro.
“Sì, le ha fatto un lungo discorso, come se lei fosse ancora viva…”
“Poveraccio, doveva amarla veramente tantissimo…”




sabato 22 luglio 2017

UN UOMO FORTUNATO di Angelo Fabbri 23 luglio 2017






UN UOMO FORTUNATO di Angelo Fabbri
Mi guardo le mani: sono sporche di sangue.
Maledizione! Bestemmio in silenzio, mi guardo intorno. Buio, appena un lampione una cinquantina di metri più in là. Abbasso gli occhi, lo vedo ai miei piedi, il coltello che ancora spunta dalla carotide.
Istintivamente faccio per chinarmi, mi viene da estrarre il coltello, pulirmi le mani sulla sua giacca, eliminare questa lordura. Ma per fortuna l’esperienza e l’addestramento intervengono ad aiutarmi: il sangue è sgorgato come un fiume, colpa del fatto che lui si sia girato, o forse della mia imprecisione, ma è solo suo. Però se mi pulisco posso lasciare tracce del mio DNA, errore. Inoltre il cuore potrebbe battere ancora, il coltello in parte fa da tampone. Quanto sangue è uscito? Difficile dirlo al buio e con il selciato bagnato di pioggia, meglio stare calmi e aspettare qualche minuto.
Sono calmo, le mie pulsazioni sono inchiodate a 72, come al solito. Il fatto che senta l’impulso di allontanarmi è normale istinto di conservazione, ma è proprio quello che ti frega. Che ha fregato tanti miei colleghi.
Chi era quest’uomo? Sì, nella busta oltre ai codici per sbloccare i soldi c’erano le solite informazioni, ma voglio dire: chi era veramente?
Aveva una famiglia, dei figli, dei progetti per il futuro: poteva immaginare che tutto sarebbe finito così, in questo vicolo buio, in una piovosa notte d’ottobre? No, certamente, ma forse temeva qualcosa. Magari aveva un’amante, o faceva operazioni illecite…. Di sicuro aveva dei nemici, altrimenti perché mi avrebbero pagato per eliminarlo? Ma nel mio lavoro si forniscono solo le informazioni essenziali, quelle utili per portarlo a termine, il resto non interessa e non deve interessare. Non solo sarebbero inutili, ma anche pericolose, potrebbero portarti a non essere sufficientemente freddo, impersonale.
Rido: io che empatizzo con le mie vittime! Assurdo. Sono pezzi di carne morta che ancora camminano, e in fondo qualche motivo per farsi ammazzare ce l’'avranno pure, contrariamente ai vitelli e agli agnelli, e se non lo conosco potrei leggerlo domani sui giornali. Ma non mi interessa, non lo faccio mai.
Sospiro, guardo l’orologio. Sono un’ombra tra le ombre. Riprende a piovere, sento l’acqua nelle scarpe, nonostante la suola di gomma. Faccio un passo indietro: se un rivolo d’acqua me le contamina con il sangue sarò costretto a gettarle via, e sono delle Scamardo originali da cinquecento euro.
Il terreno è in leggera pendenza: faccio il giro e mi porto a monte del cadavere. Mi chino, questa volta sì, ed estraggo con delicatezza la lama dal lato della gola. Stavolta escono solo poche gocce di sangue. Sorrido soddisfatto.
«Idiota», penso, «ti sei voltato di scatto e hai fatto un bel casino! Per fortuna adesso è tutto a posto».
Infilo il coltello nel suo sacchetto di plastica, da cui lo tirerò fuori solo per sterilizzarlo, metto tutto dentro un altro sacchetto per sicurezza e me lo infilo nella tasca del soprabito.
Percorro pochi metri, con circospezione, mi guardo intorno ed esco dal vicolo. Attraverso alcune strade, sempre dirigendomi verso il centro, poi mi infilo nella metro.
Striscio vicino ad una ragazza ed il contatto mi provoca una involontaria erezione. Lei sembra quasi accorgersene, e mi osserva incuriosita, poi decide di ignorarmi e si volta dall’altra parte.
Le porte si chiudono, il treno si mette in movimento. Sento sul volto l’aria fresca della sera, un sollievo. Dovrò tenere la parrucca e il resto del travestimento ancora per un po’, maledizione anche alle telecamere di sorveglianza!
Una volta era più facile, meno problemi. Anche più poetico, creativo:
«Jack Lo Scalzo!» gridavo. Lui si voltava e BANG! BANG!. E nessuno aveva visto niente.
MI stringo nella spalle: i tempi cambiano e il mondo è una tavola non scritta.
Ho un lavoro in cui sono bravo e che mi rende bene: sono un uomo fortunato

sabato 15 luglio 2017

WALTER E VERA di Graziella Dimilito 16 luglio 2017



WALTER


Uscì di casa coi nervi a fior di pelle. Quella stupida donna! Non gli dava mai retta, non gli ubbidiva, eppure gliele suonava di santa ragione, praticamente ogni giorno. Ieri però, aveva passato il segno! L’aveva denunciato, sì, l’aveva denunciato per maltrattamenti nei confronti suoi e dei due figli. Fortunatamente si era risolto tutto con un ammonimento da parte della polizia:
 “Può tornare a casa per questa volta, ma attenzione, la terremo d’occhio, se dovesse capitare di nuovo non saremo così magnanimi”.
 Bla bla bla… che ne sapevano loro di quanto era difficile farsi rispettare e ubbidire dalla propria famiglia, mai mostrarsi deboli.
Questi erano i pensieri che affollavano la mente di Walter Singer mentre si recava al lavoro. Anche quella mattina aveva dato una bella lezione a Vera, non aveva stirato la sua camicia preferita… inaudito!
«Ora vai a denunciarmi se hai il coraggio, giuro che ti ammazzo!»  Le aveva urlato.
I due bambini si erano svegliati, terrorizzati ascoltavano le grida del padre e il pianto della madre, senza poter fare null’altro che piangere in silenzio.
Ben presto Walter Singer si sarebbe pentito amaramente del suo comportamento…


VERA

Vera, moglie di Walter, dopo aver consolato i bambini, li accompagnò a scuola, poi entrò al supermarket per fare un po’ di spesa. Doveva stare molto attenta agli acquisti che faceva, il marito le centellinava il denaro. Lo aveva denunciato  sperando che la giustizia lo avrebbe punito e allontanato dalla famiglia, invece tutto era tornato come prima anzi, peggio di prima. Oltre ad alzare le mani su di lei e i bambini per un nonnulla, la minacciava continuamente, impugnava un coltello da cucina e glielo appoggiava al collo o al petto terrorizzandola. Poi rideva sguaiatamente e usciva sbattendo la porta. Vera si domandava come avesse potuto ridursi così, era diventata una schiava – resisto per i bambini – ripeteva fra sé, ma sapeva perfettamente che non era così. Anche i bambini stavano soffrendo quanto lei. Il vero motivo era la paura… sì, la maledetta paura che le toglieva le forze e la volontà. Ancora non riusciva a credere di aver avuto il coraggio di andare alla polizia, visto come erano andate le cose non lo avrebbe fatto una seconda volta. Assorta nei suoi tristi pensieri, cercava tra gli scaffali i prodotti da acquistare, quando una voce di uomo dietro di lei la fece trasalire:
«Signora non si volti, non gridi, non dica niente».
Oh mio Dio, una rapina – pensò Vera col cuore in tumulto. Restò immobile aspettando che il ladro le strappasse la borsa. Invece la voce riprese a parlare:
«Non abbia paura signora, non voglio farle alcun male. Conosco la sua situazione, so che suo marito Walter è un violento, che tormenta continuamente lei e i bambini. So anche che lo ha denunciato, non si aspetti nulla dalla polizia. Ne hanno a bizzeffe di casi anche peggiori del suo».
«Ma… chi è lei?» chiese Vera senza girarsi.
«Non faccia domande, mi ascolti e basta».
Vera sentiva il fiato dell’uomo sul collo, ma non aveva più paura, non sapeva perché, ma sentiva che non era lì per farle del male. L’uomo continuò:
«Le prometto che suo marito non la maltratterà più, mi ha capito?»
«Ma…»
«Mi ha capito?» – ripetè con voce ferma.
«Sì» – rispose Vera in un soffio.
«Bene, ora me ne vado. Conti fino a dieci poi continui a fare la sua spesa».
Quella sera Vera aspettò inutilmente il marito per cena. Lo squillo del telefono la fece sobbalzare:
«Signora Singer?»
«Sì?»…

 Walter Singer scese nel parcheggio sotterraneo per recuperare la sua auto e tornare a casa. Aveva lavorato fino a tardi, era indietro con le pratiche. Il parcheggio era deserto, affrettò il passo, era stanco e aveva fame. Improvvisamente il rombo assordante di un motore lo bloccò, come dal nulla sbucò da dietro un pilone di cemento un’auto che, a tutta velocità, puntava dritto su di lui. Non si mosse di un centimetro, la sorpresa lo aveva paralizzato, fu investito in pieno e sbalzato di un centinaio di metri, fino a fermarsi sbattendo contro una transenna di ferro.

Ora Vera guardava suo marito, immobile nel letto d’ospedale, attaccato alle macchine che lo tenevano in vita, non lo aveva mai visto così inerme. Le parve di provare una specie di sollievo. Il medico le si avvicinò, aveva un’espressione grave:
«Signora Singer, purtroppo suo marito versa in gravissime condizioni, è in coma, disperiamo di poterlo salvare, ma ci proveremo».
Vera annuì e ringraziò il dottore. Mentre tornava a casa, cominciò a realizzare che non vi avrebbe trovato “lui”, non avrebbe dovuto preoccuparsi se la cena non era perfetta, se la casa non era in ordine, se il vino non era abbastanza fresco, nulla, non doveva preoccuparsi di nulla. Si ritrovò a sorridere e a pensare che non vedeva l’ora di andare dalla vicina, alla quale aveva affidato i bambini, e portarseli a casa. Dopo aver ringraziato di cuore la vicina di casa, ed aver ascoltato con pazienza le sue parole di conforto, tornò a casa con i figli.

«Mamma – chiese il piccolo Jim, papà non viene?»
«No tesoro, è all’ospedale, ha avuto un incidente». I bambini accolsero la notizia con indifferenza. Mangiarono in serenità, poi Vera li aiutò a lavarsi, li mise a letto, rimboccò loro le coperte e li baciò sulla fronte. Non avrebbero più sofferto, ne era certa, non lo avrebbe più permesso. Si ritrovò a pensare all’uomo del supermarket:
«Non la maltratterà mai più» – le aveva detto.
Coincidenza? Si sentiva molto confusa, ma non poteva negare che stava bene, molto bene senza Walter, questo le bastava, non voleva sapere altro. Alcuni giorni dopo la chiamarono dall’ospedale, le dissero che il marito era in coma irreversibile.
«Signora Singer, suo marito vive solo grazie alle macchine, l’encefalogramma è piatto, non si risveglierà più. Ora sta a lei decidere cosa vuole fare».
«Intende dire “staccare la spina” vero?»
«Sì signora, è così».
Vera chiese di poter riflettere un po’ prima di decidere, si ritirò in una stanzetta vuota, chiuse gli occhi, rivide gli anni terribili vissuti col marito, le botte, le umiliazioni, la paura per sé e per i bambini. – Ora sei nelle mie mani Walter – disse fra sé – peccato che tu non sia in grado di capirlo.
Chiamò il medico e disse: «Procedete».
Un clic, e Walter sparì per sempre dalla sua vita.

sabato 8 luglio 2017

Lucia Amorosi KHA-SOBEK del 9 luglio 2017





KHA SOBEK di Lucia Amorosi

Prima di tutto ciò mi chiamavo Kha, un nome comune qui nelle Due Terre.
Da qualche stagione però questo è mutato in Kha-Sobek, e sono l’unico credo oggi a glorificarmi di questo nome, già perché il significato è proprio “gloria del dio Sobek”;
ma sarà meglio che mi spieghi. Sono un uomo pingue di quarant’anni, mi dicono dal volto gioioso e simpatico. Curato nell’aspetto, amo mantenere ben lucido il cranio rasato e lindo il gonnellino bianco. Adoro sorridere alla gente e salutare con affetto chiunque mi conosca, e vi assicuro che in questo tratto del Nilo mi conoscono tutti. Sono nato accanto al tempio del dio Sobek, quello dalle sembianze del sacro coccodrillo, e ho giocato da bambino tra i palmeti di datteri e i fiori di loto. Per anni ho assistito mio padre che svolgeva la professione di imbalsamatore, principalmente di coccodrilli. Dovete sapere infatti che sono moltissimi i nobili facoltosi che amano offrire al tempio mummie del sacro rettile, che li preservino dalla malasorte e gli assicurino un passaggio facilitato per l’aldilà. Ho poi assistito inerme alle cacce sul Nilo, svolte da tanti giovani eroi che per un lauto guadagno rischiavano la vita tra le fauci delle loro prede. Quanta gioventù ho visto morire! Quanti pianti ho dovuto consolare!
Eccomi, io sono quello che ha trovato la soluzione, quello che ha asciugato le lacrime.
Ho ottenuto dal governatore la concessione di un tratto di palude e ho impiantato un allevamento di coccodrilli, così che gli offerenti possano finalmente donarne una mummia, da me sapientemente imbalsamata, senza avere sulla coscienza un giovane cacciatore. Immensa è la gloria che mi ha reso questa attività, e che ha visto ampliare il mio favore verso la popolazione; mi adorano al punto tale da cambiarmi il nome. Sì perché oltre a scongiurare tante morti premature ho risolto il problema della criminalità locale.
Come? Ovvio, qualcosa i miei amati coccodrilli dovranno pur mangiare! Eccomi, sono la Gloria del dio Sobek!
il-giallo-della-domenica

sabato 1 luglio 2017

IL PIANOFORTE di Anna Bellocchio 2 luglio 2017



IL PIANOFORTE  di Anna Bellocchio
Se un giorno Vi capiterà di passare da Gubbio, volgete lo sguardo dalla parte opposta! La vallata si allarga sotto lo sguardo severo della città e si infrange su dolci collinette. Su una di queste, precisamente su Monteluiano c’è una villa padronale costruita sui resti di un antico castello. E’ immersa in una tenuta agricola di 12 ettari oggi non più sfruttati come un tempo, ed è circondata da un parco con un giardino all’italiana e con una magnifica pineta. La costruzione è severa e molto severi e imponenti sono i suoi interni. Uno scalone di marmo, rimasto tale negli anni , conduce, sotto lo sguardo immobile e decisamente un po’ cupo di mezzi busti anch’essi di freddo marmo bianco, all’appartamento. Io ho abitato in questa casa per 18 mesi! I proprietari, residenti a Roma, erano inizialmente refrattari all’idea di affittarmela anche se solo temporaneamente poiché, vista l’ubicazione, non la ritenevano adatta ad una donna sola sia per la dislocazione – lontana dai servizi , alquanto solitaria e per qualcosa d’altro che non mi venne specificato – sia per la grandezza che, a dire il vero, era effettivamente molto più che grande. Con le mie 4 ciarabattole – di più non mi sarebbe servito visto il tempo decisamente breve della mia permanenza - arrivai in un tardo pomeriggio e francamente, rimasta sola, il primo impatto mi lasciò alquanto disorientata. Ero molto incuriosita da tutto quello che mi circondava; i mobili antichi pieni di suppellettili che chissà quali storie avrebbero potuto raccontare, i quadri alle pareti, il pianoforte a coda che faceva bella mostra di se in mezzo al salone con su, ancora, un vaso con fiori rinsecchiti rimasti lì chissà da quanto tempo. La tastiera era aperta – strano, molto strano - e, chiaramente, mi venne subito l’impulso di strimpellarci sopra… mamma mia… Era talmente scordato che ancora, a pensarci, mi vengono i brividi. Pensai che lo tenessero lì solo per dare un tocco di “nobile” a tutto il contesto anche se era veramente un bel pianoforte, era uno Steinbach, proprio come il mio verticale di casa! La notte mi sorprese ancora una volta… Dalla finestra della camera – diminutivo chiamarla camera da letto - si vedeva tutta Gubbio illuminata e lo spettacolo era veramente incantevole ma la stanchezza ebbe il sopravvento e crollai. Erano circa le 3 del mattino, tutto era immerso in un silenzio irreale eppure una cosa strana mi svegliò: note sconnesse, stridule e stonate strimpellate senza alcun senso, arrivavano dal salone. Non ho mai avuto alcun timore ma, quella sera, ero sorpresa di me stessa. Avevo il cuore in gola e le ombre della casa. che ancora non conoscevo, con il riflesso della luna non mi aiutavano certamente a stare più tranquilla. In punta di piedi raggiunsi il salone dove, al mio arrivo, le note immediatamente cessarono. Lentamente il mio cuore rallentò le pulsazioni e io ritrovai la mia solita buona dose di sicurezza e tornai a dormire. Questa scena si ripeteva oramai da tre giorni e la cosa, ora, incominciava veramente a darmi fastidio. Decisi di passare la notte su una delle poltrone vicine al pianoforte; mi munii di una magnifica coperta dal profumo di naftalina trovata in un armadio e aspettai…
L’orologio a pendolo suonò le tre e ancora non era successo nulla… mi addormentai ma fui risvegliata dalle solite maldestre note stonate… Aprii prima, con cautela, un occhio e poi entrambi…
 Un topo ENORME si divertiva ad andare su e giù per quella tastiera soffermandosi -ogni tanto- quasi per riprendere fiato. Feci un urlo disumano e quel topastro sparì così rapidamente che ancora oggi mi chiedo da quale buco fosse arrivato. Vi assicuro, avrei preferito conoscere un fantasma, magari avremmo potuto suonare a 4 mani quello scordatissimo e vecchio pianoforte ma il destino volle che fosse solamente un topo…
Un enorme topo burlone!
(Nanilastrega 3/14 -autobiografico 1998)

sabato 24 giugno 2017

CANDIDO FIORE di Graziella Dimilito 25 giugno 2017

CANDIDO FIORE




Viola S. “la sfregiata”, alias Candido Fiore, guarda sogghignando i like e le richieste di appuntamento che fioccano numerose al suo pc.
Intanto affila il rasoio.
Come un rapace aspetta di incontrare l’incauta preda per vendicarsi del male ricevuto.
Avvolta nell’accappatoio, assorta in pensieri cupi, vive sola con un gatto, l’unico che non bada al suo viso deturpato, ed è sempre felice quando la vede tornare all’alba. Lui non la giudica per ciò che ha fatto durante la notte.
Era tanto dolce un tempo Viola, era la figlia che tutti avrebbero voluto, forse troppo ingenua e credulona, lei, così solare e socievole, aveva persino creduto che Luca la
picchiasse perché l’amava troppo ed era geloso di chiunque la guardasse. Fino al giorno in cui, in un impeto di rabbia aveva sfregiato il suo bel viso col rasoio. Poi fuggì e non lo vide mai più.
Le occhiate di commiserazione di amici e conoscenti la indussero a rinchiudersi in sé stessa, per tutti era diventata “Viola la sfregiata”. Il suo cuore si indurì, il desiderio di vendetta prese il sopravvento.
Il web ora le permette finalmente di vendicarsi, accalappiando incauti uomini, nei quali rivede Luca e su di loro si vendica con un preciso colpo di rasoio.
Viola, Candido Fiore, una donna sfregiata nel corpo e nell’anima